Dott.ssa Eva Beghetto
Psicologa Psicoterapeuta
Chi sono
Sono una Psicologa e Psicoterapeuta e ricevo nel mio studio di Tombolo.
Mi sono laureata con il massimo dei voti presso l’Università degli studi di Padova, e sono iscritta all’Albo Professionale dell’Ordine degli Psicologi del Veneto dal 2007.
Ho completato la formazione con Master, tirocini e corsi specifici e ad oggi sono Psicoterapeuta Costruttivista e Ipnoterapeuta Ericksoniana, rivolgendo principalmente la mia consulenza nell`ambito dell`infanzia, adolescenza, adulti e famiglia.
Svolgo inoltre il ruolo di Psicomotricista Educativo-Relazionale presso numerose strutture pubbliche del territorio.
Mission
Gli ambiti di cui più mi interesso, che ho approfondito con esami specifici durante la carriera universitaria, ma anche da autodidatta e che intendo continuare ad approfondire riguardano tutto il mondo adolescenziale e le conflittualità tipiche, il rapporto mente-corpo, il supporto didattico ed interventi nell’ambito delle difficoltà di socializzazione del bambino o del ragazzo, la comunicazione verbale e non verbale, le emozioni, l’intelligenza sociale, la socializzazione, il disagio sociale, la Psicomotricità ed i Disturbi Pervasivi dello Sviluppo.
Negli anni, ho esteso la mia pratica di psicoterapia clinica a qualsiasi fascia d'età, adulti e persone anziane, comprese.
Inoltre, un mio ulteriore obiettivo è e sarà quello di estendere la possibilità di applicare l'Ipnoterapia Ericksoniana a qualsiasi fascia d'età e a qualunque problematica o difficoltà per cui mi viene richiesto l'intervento clinico.
Ambiti di Intervento
Psicoterapia individuale
Psicoterapia Infantile
Gruppi di auto/mutuo aiuto
Benessere Corpo/Mente
Consulenza e Sostegno
Ipnosi
Ipnoterapia Ericksoniana
L’ipnosi rappresenta una modalità attraverso cui vengono aiutati i clienti a sviluppare le proprie risorse personali, che possono poi essere utilizzate consapevolmente al fine di raggiungere gli obiettivi terapeutici.
L’approccio all’ipnosi implica una comunicazione “terapeutica” che indirizzi la persona, che presenta un disagio, a far sì che pensi, senta o si ponga diversamente, in un modo considerato più adeguato o utile per il suo stesso benessere; ciò avviene attraverso l’uso abile, da parte del terapeuta, di parole e gesti. La premessa dell’ipnosi è che il cliente possieda delle capacità preziose che però sono a lui “nascoste” e che queste potenzialità possano essere recuperate e utilizzate per risolvere sintomi e problemi: le persone possiedono risorse maggiori di quelle che pensano di avere.
Il pregiudizio più diffuso è che l’ipnosi sia una potente forma di controllo della mente, in grado di condizionare la volontà della persona ipnotizzata, togliendole la libertà di scelta. In realtà, in ogni momento, la persona in ipnosi è in grado di decidere se rendere più superficiale, approfondire, proseguire o terminare l’esperienza ipnotica con il terapeuta. Non c’è modo di costringere qualcuno a focalizzare la propria attenzione, a dissociarsi e a rispondere alle suggestioni verbali del clinico: il cliente mantiene un pieno controllo.
L’ipnosi implica la focalizzazione dell’attenzione su alcuni stimoli esterni, come le parole del terapeuta o interni, come alcune sensazioni del paziente, preceduta, quasi sempre, anche se non necessariamente, da un processo di rilassamento; viene avviata, così, una terapia molto profonda attraverso la comunicazione rivolta al paziente. Il cliente, comunque, rimane sempre rilassato, cosciente e vigile e mantiene un certo livello di consapevolezza di ciò che sta avvenendo in quel momento relazionale.
Con i bambini può essere utilizzata la loro stessa ipnosi spontanea: essa compare ogniqualvolta la loro attenzione sia diretta in modo focalizzato, o verso l’interno su qualche emozione prodotta ad esempio dal racconto di una storia, o al di fuori, su qualche stimolo esterno, che a sua volta produce poi un’esperienza interna, come quando sono completamente immersi nel gioco. I vari fenomeni ipnotici, infatti, possono presentarsi spontaneamente, anche quando non c’è stata alcuna induzione formale: l’essere completamente assorto in un’attività implica uno stato ipnotico spontaneo.
L’ipnosi è il risultato di un’interazione focalizzata e significativa tra terapeuta e cliente. Il terapeuta deve rispondere ai bisogni del cliente e confezionare il proprio intervento in funzione di tali bisogni, se vuole che il cliente diventi altrettanto responsivo alle possibilità di cambiamento che la terapia rende accessibili. Si tratta di una relazione di mutua interdipendenza in cui ogni partecipante segue la guida dell’altro, mentre guida lui stesso a sua volta e si pone, di conseguenza, come il risultato naturale di una relazione significativa in cui ognuno è responsivo e sensibile al fatto che l’altro, allo stesso tempo, lo guidi e lo segua.
Psicomotricità Educativo-Relazionale
Con il termine di “pratica psicomotoria” intendo definire l’insieme delle attività intenzionalmente strutturate ad accompagnare l’evoluzione della persona e che utilizzano come principale strumento di approccio il movimento. Il gesto, il tono, la postura rappresentano il contenuto dell’atto psicomotorio, costituito da molteplici transizioni, che vengono espresse nell’uso degli oggetti; linguisticamente potrebbero essere paragonati agli aggettivi e agli avverbi inseriti all’interno di una frase, in cui l’argomento del discorso è determinato dall’oggetto utilizzato. Lo stesso gesto, sottoposto all’esame del suo svolgersi, seguendo l’orientamento del tono espresso e della postura utilizzata, porta a risultati comunicativi molto diversi.
L’attività psicomotoria che io pratico si svolge secondo la modalità del “gioco libero”, modalità che io ritengo fondamentale ed intendo con ciò un’attività le cui uniche regole fanno riferimento all’incolumità personale di ciascun partecipante e all’utilizzo, senza nessuna indicazione o condizione, degli oggetti non strutturati che vengono forniti di volta in volta. Il concetto chiave è che ognuno viene posto davanti alla propria “libertà”, intesa come responsabilità verso le scelte che implicano sé stessi e il sistema di relazioni che li circonda; la libertà all’interno del perimetro dell’attività, porta i bambini a vivere un “senso di libertà” personale per l’ottenimento della “soddisfazione dei propri desideri”, tenendo conto, però, anche della “disponibilità” personale ad impegnarsi nell’ottenimento di quanto desiderato e a comunicare agli altri tale “volontà”. Emerge così, la necessità di “mediare la propria volontà con la volontà altrui”, vivendo l’Altro, talvolta complice o antagonista nel gioco relazionale. In questo modo, il bambino può sperimentare i suoi molteplici “Sé”. Molto importanti sono le proprietà dello spazio psicomotorio all’interno del quale si “vive” tale modalità di approccio: le caratteristiche architettoniche sono determinate da ampi spazi e percorsi non condizionati, con pareti e rivestimenti non decorativi; un’illuminazione regolabile in funzione degli scopi delle attività; un’acustica buona ed una buona insonorizzazione per non avere disturbi dall’esterno.
Prima che si dia avvio alla seduta di gioco psicomotorio è indispensabile creare un momento di “sospensione” per rendere identificabile lo spazio e il tempo, compresi in una dimensione diversa dal quotidiano; a questo scopo, ogni psicomotricista individua strategie personali di comunicazione ai bambini, all’interno delle quali vengono espresse delle regole che consentiranno di attuare il gioco: non far male a sé, non far male agli altri, non far male al cuore, intendendo con ciò l’importanza del rispetto reciproco nella relazione. Questa “parentesi” che richiama l’attenzione nell’agire, è utile per far sì che il gioco esista. All’interno di questo gioco, il ruolo dello psicomotricista fa la differenza: egli o ella non è un animatore, non propone giochi, non fornisce esempi, ma adegua la sua presenza alle necessità dei bambini che interagiscono con lui; i bambini richiedono la sua attenzione, comunicandola direttamente o con l’uso degli oggetti. Lo psicomotricista si pone quindi sia come presenza attiva, che come “oggetto tra gli oggetti”, dotato però di una propria libertà di scelta. Attraverso l’uso proposizionale degli oggetti non strutturati, con i significati funzionali e simbolici che possono essere attribuiti, come pure quello del suo stesso corpo, egli diventa un facilitatore di esperienze: può suscitare transizioni e impersonificare diversi ruoli nel gioco con i bambini, all’interno di un ciclo di transfert e controtransfert, che monitora costantemente. Parlare di psicomotricità significa esporre una pratica che richiede: un aggiustamento all'espressività psicomotoria infantile, sia la più ridotta, come la più eccessiva; un sistema d'atteggiamenti e d'azioni dell'operatore; una tecnica: vale a dire, un modo di agire specifico e molto personalizzato la cui strategia si costruisce partendo da un progetto per il bambino o il gruppo di bambini. Per progetto, bisogna intendere un piano di lavoro molto flessibile, da adattare continuamente alle proposte del bambino. L'educazione psicomotoria favorisce, (in uno spazio e un tempo particolari, mediante materiale specifico) la manifestazione dell'espressività psicomotoria infantile, nonché il suo sviluppo, verso tre obiettivi che si completano e si arricchiscono vicendevolmente: la comunicazione, la creazione e l'operazione (nel senso della formazione al pensiero operatorio). I tre termini vanno intesi come una triade indissociabile. Per comunicazione, s’intende la capacità di accogliere e di rispondere, nel modo più adeguato alla richiesta del bambino. Per creazione, s'intende una `produzione` molto ampia, gestuale, vocale, grafica, sonora, verbale e anche cognitiva, diretta ad altri. Per operazione, intendiamo la formazione al pensiero operatorio che suppone la capacità d'analisi e di sintesi. L'approccio psicomotorio ha come terreno specifico d'intervento il rapporto tra il corpo e i processi psichici nella costruzione dell'identità attraverso la via corporea, nonché il rapporto tra corpo ed espressività, qualunque sia il livello di funzionamento motorio. Utilizzando la conoscenza di questi rapporti e la capacità peculiare di lettura della comunicazione non verbale, lo Psicomotricista interviene nella relazione con metodi e tecniche a mediazione corporea con l'obiettivo di favorire in primo luogo il processo d'integrazione fra i diversi piani espressivi e conoscitivi che stanno alla base di quel fenomeno complesso che è la costruzione dell'identità. Questo obiettivo si realizza in un contesto comunicativo, dove la rete di scambi rende possibile il riconoscimento dell'altro e la valorizzazione delle sue risorse. La “realtà” della sala psicomotoria diviene un dominio specificato dalle operazioni dell’osservatore, definendo come osservatore un essere umano o sistema vivente che può fare delle discriminazioni e specificare ciò che distingue come un’unità, un’entità diversa da sé, utilizzabile per manipolazioni nell’interazione con altri osservatori.
Psicoterapia Costruttivista
La realtà, nella concezione costruttivista, viene prodotta dal modo in cui ci attribuiamo un senso, la modalità in cui guardiamo e nominiamo le persone può contribuire a produrre la loro realtà. L’applicazione del DSM serve al professionista per formulare una diagnosi dal confronto tra la constatazione di sintomi comportamentali e le classificazioni standard, condivise dalla comunità dei professionisti, ma la diagnosi sintomatologica non permette di esaurire la complessità della persona che si ha di fronte. Tramite tale tipo di diagnosi si rischia di non prendere in considerazione i significati della persona, i suoi processi, cosa la persona sia fondamentalmente impegnata a fare, come pure di dimenticare che i termini con cui definiamo il paziente sono modi di costruirlo secondo i nostri costrutti e non secondo la sua interpretazione di realtà. I cambiamenti che andiamo delineando per lui dipendono, dunque, da costruzioni o misure rilevanti per noi e possono risultare estranee alle reali possibilità che l’altro ha di cambiare e al suo percorso di vita, alle esperienze che ha fatto finora. Ritengo che una diagnosi possa essere “utile” quando si delinea come processo di comprensione dei processi dell’altro, un processo di significazione che emerge nella relazione e veicola delle possibilità di movimento, tante possibili direzionalità. Per quanto professionalmente “esperto” e “intuitivo” possa essere uno psicologo, egli rappresenta pur sempre una prospettiva limitata rispetto alla realtà di chi ha di fronte; la costante consapevolezza del nostro punto di osservazione ci mette nella condizione di descrivere i processi in cui la persona è impegnata, anziché interpretarli.
La responsabilità dello psicologo clinico si situa nella disponibilità ad accettare l’insicurezza che deriva da un atteggiamento creativo e rivolto all’esplorazione del “nuovo”, altrimenti si rischia di non tenere conto di tutti gli elementi dell’osservazione di chi abbiamo di fronte, operando una selezione più o meno consapevole tra ciò che, a seconda dei suoi sistemi di riferimento, è “interessante”, da ciò che “non lo è”. Procedendo tramite questa formulazione diagnostica è possibile riconoscere alle persone una diversa collocazione nel nostro spazio, quali soggetti di particolari e personali visioni del mondo: l’individuo diventa un attivo e responsabile creatore di realtà, si elaborano le sue costruzioni e così facendo si può giocare un ruolo nel processo sociale che si condivide. Ogni volta che guardiamo a una persona come a un essere capace di costruire la sua realtà, instauriamo con lui una relazione di ruolo. Per comprendere la conoscenza, come il conoscere, è fondamentale cogliere che nel momento in cui qualcosa viene appreso è come se all’interno dell’individuo si creasse una lista di pattern relazionali, tramite la quale cerca di dare un ordine al mondo esterno e si dipanano gli ingredienti che di volta in volta portano il soggetto in un clima di aspettative e comprensioni. Il nostro cervello si plasma in conseguenza ad un preciso utilizzo che facciamo dello stesso: l’impegno dedicato richiama nuovo impegno, ogni risorsa viene orientata al fine per cui è stata percepita, percepire ed utilizzare l’esperienza “pilota” orienta a vivere, l’esperienza guida l’attesa e prepara ogni risposta nel rispetto del contesto. La cognizione, come conoscenza attraverso l’azione, determina le aspettative sul mondo: concertare una realtà significa entrare in merito a ciò che comporta l’esistere in quella stessa realtà. L'ambiente sembra “essere”, ma sono le nostre azioni che lo fanno apparire tale. Il sistema di costrutti personali si approfondisce in un divenire di partecipazione e condivisione sociale; l’approccio alla realtà si modifica attraverso il crescere del coinvolgimento in un mondo sociale, con il quale ci identifichiamo, comprendiamo e creiamo quel significato che poi diamo a noi stessi e agli altri.
Nella concezione costruttivista il disturbo è un blocco del movimento, in accordo con l’idea di uomo come “sistema di costrutti in movimento”, in questo modo si tenta di comprendere l’organizzazione del suo sistema di significati per riconoscere le costruzioni implicate nella sospensione del movimento, le circostanze della loro invalidazione e il senso che tutto questo ha per l’Altro. Scopo della diagnosi non è più indovinare “come stiano le cose”, ma cercare di rimettere in movimento, anche parzialmente, un sistema bloccato nella ripetizione di passi fermi su sé stessi, secondo i modi e le possibilità che la persona riesce a crearsi. Tale progetto di comprensione richiede la nostra intera “presenza” in quanto persone, come pure la competenza professionale di mettersi ogni volta alla prova della validazione e invalidazione delle nostre anticipazioni sul suo modo di dare un senso; si cerca così di sovra-ordinare le costruzioni del paziente, di comprendere il modo in cui si costruisce nei confronti della sfida e di trovare con lui delle alternative che gli permettano di affrontare tutto ciò che costruisce come cambiamento, utilizzando il suo stesso canale di comunicazione e sforzandosi di provare ad anticipare il modo in cui lui potrebbe dare un senso anche a te e a come ti collochi nel suo spazio.
L`Associazione
`Sorridendo Vinceremo`
La dottoressa Eva Beghetto è co-fondatrice e collaboratrice dell` associazione `Sorridendo Vinceremo`, nata nel 2014 a Villa del Conte, rivolta a ragazzi con disabilità intellettivo-relazionale.
Punto fondamentale del progetto, come si può ben dedurre dal titolo, è il “Sorriso”: alla base di tutto viene favorito un clima sereno e divertente che possa stimolare i ragazzi a rendere l’incontro con se stessi e con gli altri stimolante e arricchente in termini reciproci.
Il gruppo è composto...
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Sorridendo Vinceremo
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